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Dalla “riforma” alla “rivoluzione” della scuola

Maggio 7th, 2006 by Administrator

Mentre la nostra classe politica continua a baloccarsi, con i soliti giochi di palazzo, sull’elezione del Presidente della Repubblica, a scuola attendiamo senza alcuna reale speranza il prossimo titolare del Ministero della ex-Pubblica Istruzione. C’è poco da essere allegri e fiduciosi: i due schieramenti hanno fatto una campagna elettorale al ribasso, senza alcuna vera idea rinnovatrice per l’istruzione. Basti pensare che il centro-sinistra ha proposto nel proprio programma, come fatto qualificante, l’assunzione in toto dei precari: in pratica la proposta Moratti, già avversata da tutti i sindacati che, giustamente, leggevano in essa il reale portato demagogico di chi getta solo fumo negli occhi, invece di fare politica seriamente.
Per cambiare la scuola italiana non servono le finte mega-riforme strutturali su cui ci siamo impantanati negli ultimi 10 anni; queste infatti non riescono ad andare al di là di un rinnovamento di facciata, impilando gli stessi anni scolastici e gli stessi curricoli in nuove formule, più o meno innovative, di sapore quasi calcistico: 3+3+3+3, 5+3+2+3, ecc. Ci vuole ben altro e, sopratutto, ci vuole ben altra consapevolezza. Lo avevano già fatto presente al ministro De Mauro, ma il linguista prestato alla politica preferì ignorare i suoi consulenti. Nessuno lo ha fatto presente alla Moratti, ma questa sarebbe andata lo stesso dritta alla disfatta, come ha fatto.
Il vero problema è che l’intera formula dell’istruzione pubblica è in crisi; con questo non si vuole dire che la scuola non debba essere pubblica, ma che per centrare gli obiettivi illuministi ed egualitari di cui è portatrice, è assolutamente necessario mandare in soffitta l’attuale schema scolastico, che in realtà risale al modello dei gesuiti: studenti raccolti in classi per età, uguali programmi, stessi libri di testo, “liturgia” prevalente della parola (quella del professore!), ecc.
I tempi sono cambiati profondamente ed oggi alfabetizzare vuole dire non più insegnare a leggere-scrivere-fa di conto, come fu per il nostro paese dopo l’unificazione e fino agli anni sessanta; oggi alfabetizzare vuol dire rendere capaci le nuove generazioni di orientarsi nel mondo moderno, acquisendo prevalentemente la capacità di imparare, di guidare il proprio processo di apprendimento per tutta la durata della vita. Per centrare quest’obiettivo si dovrà, ovviamente, continuare ad insegnare a leggere-scrivere-far di conto, ma con modi, contenuti, “liturgie” e finalità completamente diversi.
La “riforma” della scuola non serve più: serve la “rivoluzione” della scuola. E questa dovrà passare non più per il “cosa” si insegna-apprende, ma soprattutto per il “dove” ed il “come” si insegna-apprende. Vanno insomma cambiati radicalmente gli spazi e le metodologie del fare scuola. Una rivoluzione, appunto.
Ma chi avrà il coraggio di farlo, tra i nostri politici? E quanti dirigenti scolastici e docenti sono pronti a farlo? E quante famiglie capiscono che il bene dei loro figli può passare solo attraverso una rivisitazione completa del modello scolastico che hanno in mente?
Diciamocelo chiaramente: c’è poco da sperare.
Che fare, dunque? Mollare? Forse sarà il caso di ripartire dai movimenti di idee ed opinione, nella società civile. Dove sono finiti i movimenti pedagogici, impegnati politicamente e civilmente, degli anni settanta? Forse è giunto il momento di riprendere quella strada, sperando che in qualche parte d’Italia, per il concorso fortuito di felici contingenze politiche e sociali, i politici e le famiglie comincini a dare retta a movimenti di docenti che vogliono cambiare radicalmente la scuola italiana, rimettendo in discussione tutto il sistema scolastico, compreso il loro stesso ruolo.
Ci vuole coraggio, ma è assolutamente necessario.

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